Intervista a Max Manfredi

"E' sicuramente merito di chi scopre, la scoperta. Il merito di ciò che si scopre pre-esiste, ma - nello stesso tempo - ha vita solo nell'attimo della scoperta."

Il prete di strada, anzi del “marciapiede”. Nel diciassettesimo anniversario della morte di Fabrizio De Andrè gli dedicò una lettera in cui si legge : “…canto con te per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti.” Dall’ energia di Don Andrea Gallo è nato un progetto importante, A’ Lanterna, una trattoria nella zona del porto. Il locale che ospita questa intervista è gestito da sempre dalla Comunità di San Benedetto del Porto. Chi arriva a Genova, terra di De Andrè e Don Gallo, e ascolta musica d’autore, non può fare a meno che ammirare una persona come Max Manfredi. Ci troviamo proprio nell’ Osteria Marinara A’ Lanterna, via Milano 134. Con tanti dischi memorabili, da “Max” a “Luna Persa” , a “Dremong” , oggi , con la giacca e la barba incolta, evoca esattamente l’immagine che daresti ad un poeta. E’ l’ora delle domande, ma prima le premesse. Max, questi giorni sono un po’ perplesso sul fatto che questo mio progetto possa interessare qualcuno. Credo che in un mondo virtuale così ricco di contenuti superficiali e strillati, la voglia di mettersi ad ascoltare un sussurrio, le chiacchierare a tavola, i dubbi che le accompagnano, sia solo un inutile romanticismo. Ti sono grato  di aver accettato di pranzare con me in un luogo così evocativo. Dove nasce la musica a Genova? 

Una volta c’era la moda dei night club dove si poteva anche cantare. Prima ancora c’erano i bordelli  . Artisti, pittori, letterati, si creava una piccola corte;  i bar erano salotti letterari oltre che luoghi di ubriacatura. Penso sia nato tutto lì, fin da tempi antichi. E poi, negli anni ‘sessanta, con l’industria discografica funzionante.

Era cosi, in preda all’alcol, che nascevano le collaborazioni?

Quasi sempre. Difficile, anche se non impossibile, trovare artisti astemi. Un mio aforisma è “il dio del vino ha inventato la poesia cantata non per amore dei cantori ma per amore dei baristi” . Se c’è un progetto, dove si discute, ancora oggi? Non dove si ritrova la movida, non nella confusione. Ci sono le case private, ovviamente. Ma fuori casa, oggi a Genova ci sono solo mezze enoteche, perfette se vuoi bere e mangiare, magari maluccio. Tutto tende ad essere standardizzato.

Max, forse il problema più grande è che oggi manca proprio la voglia di discutere

Dove discuti? Su facebook? Su facebook non puoi dare neanche un pugno. Più che la voglia di discutere, manca la capacità di farlo.

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La tua arte è stata riconosciuta da grandi artisti come originale, da De André che ha detto che sei “il più bravo di tutti” a  Vecchioni che sostiene che non ti si può nemmeno limitare nel termine cantautore.  Per molte persone sei un misterioso oggetto di culto. Sicuramente chi ha orecchio ha manifestato da tempo interesse per quello che io faccio e non posso che essene contento.Ordiniamo. Antipasto di mare,  tonno, pesce spada, calamari. Poi fritto misto con la paranza. Qui alla trattoria A’lanterna si mangia di qualità e l’ospitalità è eccezionale. Ci sono tante belle canzoni al di là dei capolavori che poi si dimenticano e non vengono sostituite da altre belle canzoni.  Mi sembra che nel mondo della cultura ci sia una tendenza ad essere fuori dagli schemi in maniera forzata ed una vocazione del pubblico a mitizzare gli artisti subito dopo una canzone, non trovi Max?

Mai fidarsi dei miti. I miti vanno frequentati senza mai fidarsi. Immagina: è come uno che va sull’ottovolante senza aver paura. Perché il gioco sia bello, bisogna aver paura.  Bisogna tener conto di quello che c’è, poi bisogna cambiarlo, altrimenti non ha senso la contestazione. La de-testazione è un’altra cosa e per me spesso non si considera quanto sia importante. Se io “detesto” non ho alcun tipo di dovere verso nessuno, nessuna base ideologica. Posso detestare anche qualcosa che amo. Il problema a mio parere è che molta “cultura” va avanti a slogan.  Nominare Pasolini o Piero Ciampi per farti un esempio non è solo moda, ma spesso proviene da un meccanismo di imitazione. Il meme è nella sociologia quello che il gene è nella biologia. E’ un modo interessante di vedere le cose, al di là del dettato un po’ falso del “tutti i gusti son gusti”.

Max rivela che è esigente in fatto di cucina, questo perché delle volte gli capita di mangiare in posti dove spendi tanto e mangi male. E che ha letto Pellegrino Artusi trovandola una lettura molto istruttiva e divertente.  Torniamo al tuo  modo di fare canzoni Max, molti pensano che tu sia l’unico rimasto fedele alla linea, ad intendere il lavoro con una etica ed estetica antica.

Una maniera senza tempo.  Se dici “antica”  bisogna riferirsi all’epoca greca o al  medioevo ma siccome  allora  c’erano strati sociali che adesso non ci sono  più, dire “maniera antica” lascia il tempo che trova. Per me la cosa importante è che la canzone abbia sempre una dimensione “fuori dal tempo”.   Non è che non ci debbano  essere riferimenti all’attualità, intendo solo dire che essere attuale non deve essere lo scopo della canzone. Poi, se è una bella canzone, tradisce l’autore e diventa importante per tanti altri,  meglio; ma ne è conseguenza. Tutte le canzoni possono essere collettive,   anche le più intimistiche,  le più private.
Ieri parlando con l’amico Fabio Zontini, che ho l’onore di avere come mio liutaio, notavamo come i cosiddetti “indipendenti” hanno lo stesso meccanismo dei talent show. Il talent ha bisogno di sfornare sempre nuovi personaggi e cosi stanno facendo le produzioni indipendenti. I giornalisti dei blog sono i soli che credono al miracolo. Lanciano un artista, poi un altro e poi un altro ancora, allora io mi chiedo: come fa un mercato piccolo, di nicchia, a reggere 15-20 fenomeni in un anno? Diventa difficile affezionarsi ad un personaggio.

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Tu hai collaborato con Fabrizio De Andrè nella  bellissima canzone “ La fiera della Maddalena” ,  ci racconti come è nata questa collaborazione?De Andrè era quasi un obbligo, una presenza familiare, fin da bambini. Lo ascoltavamo coi miei cugini, insieme a tantyi altri tipi di musica. Ascoltare musica era un’avventura, a volte si cercava addirittura nelle onde medie della radio.
Siamo genovesi ma io Fabrizio non lo conoscevo di persona.  Sai, io ero una persona timidissima e in parte lo sono ancora,  timida e orgogliosa, non son quasi mai andato a cercare nessuno .  Poi, una volta che ci siamo conosciuti, tutto è successo in maniera naturale …  . Questo incontro musicale l’ha organizzato tutto Vanni Pierini, un mio amico, un poeta, semmai, non certo un manager.  E’andato da Fabrizio, in Sardegna,  portandosi dietro un mio nastro registrato, senza dirmi niente. Lui l’ha sentito e ha detto: “E’ bravo, voglio cantare per lui.”  L’unica cosa che voleva sapere e’ chi avrebbe arrangiato la canzone.  Ma l’intervista va avanti così a ruota libera?Questo è il mio modo di intervistare, a tavola, tra una portata e l’altra senza le domande specifiche preconfezionate e la fretta che porta a fare domande che vanno bene per tutti, tipo: “Come sta andando il tour?”. I camerieri capiscono la situazione e ci lasciano chiacchierare per tutto il tempo che vogliamo. Noi ne approfittiamo per continuare a parlare, sorseggiando una grappa di moscato. Una domanda preconfezionsta ora te la faccio. A cosa stai lavorando?

Ho lavorato ad un adattamento infedele del mito di Faust, anzi, Faustus, prendendo spunto specialmente dall’opera di Marlowe e dal libretto popolare tedesco del sedicesimo secolo.  Una lavorazione trentennale, frastagliata. solitaria.  Ho tradotto come un pazzo, fedelmente, infedelmente, utilizzando calembour e giochi di parole.  In certi momenti ho addirittura usato volontariamente Google translator, che ho scoperto non essere un macchinario per traduzioni ma un generatore di poesia contemporanea! Poi in un lavoro di integrazione e disintegrazione dell’opera l’ho contaminata con una pioggia di versi, poesie, canzoni pop, musica rinascimentale e rumori. Niente Goethe, Goethe è stato, per quanto riguarda il tema di Faust,    il  “pizzaiolo” della  grande letteratura, portando a tutti coloro che ne hanno scritto dopo l’equivoco sublime della love story con Margherita.  In Marlowe non c’è il plot, e nemmeno in Manfredi.  Il mio amico Mirco Menna sarà Faust, ho scoperto che lui è un bravo attore, molto comunicativo.   La pièce sarà a Genova, al teatro Garage il 3 e 4 febbraio.

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Max, tu eri amico di Don Gallo, non possiamo non dedicargli un pensiero prima di salutarci, visto che siamo ospiti della  Osteria a cui ha dedicato tanta passione. Manca molto alla cultura italiana un personaggio come lui, così profondo e capace di rompere gli schemi.
A Don Gallo degli schemi non importava proprio niente, questo è certo. Spesso improvvisava battute, gag, come i “giullari di dio” nel medioevo.Rileggendo questa intervista, mi viene in mente “In margine ad un testo implicito” di Dàvila, quell’ oscuro libro di annotazioni a margine, dove sono i particolari a rivelare l’opera implicita così che il lettore piano piano le da forma, con la sua immaginazione.
Credo che nel suo modo di essere, Max Manfredi sia come quel libro. La cosa più bella è che la profondità  e l’importanza della sua opera si avverte come una forte presenza ma viene gelosamente conservata da una coltre di mistero ed ironia. E’ quindi merito dell’ascoltatore attento e appassionato scoprire la sua enorme poesia, ancora piu’ oggi in un panorama culturale cosi’ conformizzato.

“E’ sicuramente merito di chi scopre, la scoperta. Il merito di ciò che si scopre pre-esiste, ma – nello stesso tempo – ha vita solo nell’attimo della scoperta.

 

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