Intervista a Paolo Barabani

La mutazione del mondo della musica; il dialogo contro la belligeranza

“Dopo  tre bicchieri sono quasi tutti eroi” cantava Paolo Barabani nel brano “In riva al bar”… Ed è proprio al bar che ho iniziato a sentire parlare di lui senza mai incontrarlo, perché io e Paolo abitiamo lo stesso ecosistema, Argenta, in differita di più di vent’anni … Ed è qui che tanti amici ricordano quell’ Argentano di sangue Filese che a Sanremo cantava “Hop Hop Somarello”. Sono sicuro quindi che la distanza temporale (dal 1981 ad oggi), così come quella spaziale, (da molto tempo infatti Paolo vive in Brasile), possono creare un ponte interessante tra me e lui. La Palestra del Cantautore non poteva che passare da qui, non poteva che passare da “casa”. L’occasione di confronto con Paolo Barabani è arrivata, ci incontriamo a pranzo al Risto-Bar “Io e Vince” in Piazza Garibaldi, un locale che con passione propone tante iniziative culturali. Paolo è subito molto attento e partecipe al mio progetto  e io sono contento di raccontargli le interviste e le esperienze che sto facendo. Poi arriva il momento di fare la domanda: Paolo come hai scelto di fare il musicista?

Io ho vissuto a Filo di Argenta la mia infanzia. Poi ho abitato anche ad Argenta, dove ho frequentato il liceo. Ho iniziato con una penuria di strumenti incredibile, ricordo che avevo una batteria di pentole…
Mio maestro, artisticamente, è stato il cantante Ezio Caranti, nome d’arte Ezio Nero  detto ”Distròt”. A lui, tre anni fa, ho dedicato una canzone che si chiama  “Distrutto Blues”, per ora il pezzo è un inedito ma non sì sa mai. Ezio era molto avanti sui tempi, sulle tendenze musicali. Io ero un apprendista “batterista” molto appassionato ma forse “scarsino” e quando “Distròt” mi ha detto “bisogna fare rhythm’n blues”,  io gli ho risposto “ma come si fa?”. Io ero un batterista corista ed ho iniziato a cantare come solista perché Ezio piaceva alle donne e mi diceva “Questa la canti tu che devo andare a parlare con una … “. Così, “di necessità virtù”, ho iniziato a cantare senza più smettere.

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Hai dato vita a nuove registrazioni dopo essere stato assente dalla scena per molto tempo. Paolo, come è cambiato il mondo della musica?

Era molto diverso fare musica allora. Questo nostro mondo è cambiato molto per tutti.
Penso che nella distribuzione della musica a “grandi livelli” ci sia un sistema di oligarchie dove si decide in pochi. Questo ha come riflesso positivo il fatto che si decide prima, ma non c’ è più la bellezza democratica che deriva dallo “scambio di opinioni” che invece si può fare solo a livelli più bassi. Io ho fiducia nell’essere umano (ed è indispensabile per fare questo lavoro!) e quindi confrontarmi. Adesso ci si arrangia di più e le cose vengono anche bene. Trovo musicisti molto in gamba con cui collaborare, come il chitarrista Benito Di Zazzo con cui ho inciso una mia canzone del 1981 “Buon Natale” trasformandola in “Buon Natale 2014”. La differenza è che ora ti arrangi tu in tutto per tutto, dalla ideazione alla progettazione, dalla promozione alla produzione!

Vincenzo Fontana ci propone dei gustosi cappelletti al burro tartufato e tartufo e beviamo un buon vino. Il sole batte sulla Piazza di Argenta. Io ho sempre sentito parlare di te per il tuo brano a San Remo, come è stato quel periodo negli anni 80’?

Negli anni 80’ lavoravo nell’ombra  di Pupo. La nostra etichetta la “Baby Records” stava lanciando il suo personaggio. Posso dirti che allora il successo era una questione personale, non si condivideva assolutamente. Me ne sono accorto subito dopo Sanremo, dove ero andato con la canzone “Hop Hop Somarello” di come il successo ti dà un ubriacatura di due mesi ma poi l’ambiente è pieno di invidia, nemici e ti isoli e questo non era proprio nel mio carattere. Quella canzone era arrivata terza al Festival, anche se posso assicurarti che era “strana” per quei tempi. Ora il mio lavoro lo condivido con gli altri:  si condividono i meriti e le difficoltà e questo modo di lavorare mi piace molto.

Caro Paolo, sono contento di averti conosciuto, sei una persona gentile e curiosa. L’ultima domanda: tu come sei cambiato in questi anni?

Magari con l’età riesci a gestire meglio l’emozione. L’emozione ti travolge sempre: quando sei innamorato cammini ad un metro da terra, quando sei deluso cammini un metro sotto.
E’ vero, con l’esperienza magari ti gestisci meglio; però bisogna sempre “volere volare” alto e credere negli altri, credere nell’umanità, perché è sempre il dialogo che risolve i problemi non la belligeranza. Un sessantenne è molto lontano da un ventenne ma ci sono dei punti di contatto, io mi sento ancora una persona curiosa che ha voglia di scoprire e sono contento che mi hai chiesto di partecipare al tuo progetto.

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