Intervista ad Hugo Race

La consapevolezza del passato: dagli anni '80 ad oggi. Un piccolo “ritratto” rock.

Le bugie si celano spesso dietro la luce del giorno, nella smania dell’apparire, nella verità più ottusa e comoda. Per inseguire le tenebre della notte, invece,  ci vuole coraggio ma poi è tutto di guadagnato. La notte ti permette di spaventarti nel riconoscerti diverso da quello che credevi di essere, ti consente di affrontare  vuoti e paure (magari accompagnandoli con una melodia malinconica) e poi permette, soprattutto, di fare incontri molto interessanti. Mentre cala la notte, con la giusta giacca e nella giusta atmosfera, Hugo Race è un incontro avvincente perché può scalfire le tue verità grazie alla sua sincerità disarmante. Le ombre sono dove ti aspetti, Hugo Race anche: nel tavolino più “tenebroso” del  “Korova Milk Bar”, in Via Croce Bianca, 51, in una“metafisica” serata ferrarese. Hugo Race non è incline a sorrisi facili, alle frasi fatte, alle parole “buttate al vento” e, soprattutto, ( è la cosa che più apprezzo) non è il tipo che ama crogiolarsi del proprio carisma da personaggio da romanzo “pulp!” o della sua vita da paria musicale … e potrebbe! The Birthday Party, The Bad Seeds con Nick Cave, The Wreckery, True Spirit, Dirtmusic, il romanzo “Road Series” (solo per ricordare qualche passaggio “epico” della sua carriera). E poi l’Italia! Dalla produzione del bellissimo album  “Closet Meraviglia” di Cesare Basile, alla chitarra slide nella canzone “Ballata per la mia piccola iena” degli Afterhours, poi i Fatalists con i Sacri Cuori e ora il progetto  “John Lee Hooker’s World Today” con Michelangelo Russo.
Riempiamo i bicchieri e siamo già nel pieno del discorso. Partiamo da questo nuovo progetto, perché John Lee Hooker?

Perché bisogna avere consapevolezza del passato. Studiare il passato ti riporta al senso originario di quello che la musica può fare.
Mi sembra che oggi la musica sia in una situazione difficile perché tutto è chiuso in compartimenti. E poi tutto è competizione. C’è anche il fatto che tanti si ricordano dei Grammy degli anni ‘90 ma nessuno conosce chi era al top nel 1947 o nel 1952 e forse erano artisti davvero più grandi. Mi piace Lee Hooker, lo trovo interessante e mi stimola alla ricerca. Guardare al passato non mi dà malinconia.

Sei sempre stato innovativo nella tua ricerca musicale. Oggi re-interpretare il passato per te è avanguardia?

Non esiste più l’avanguardia. Il sistema globalizzato intorno a noi ha ribaltato completamente le posizioni. Guarda il punk o se vuoi il post punk, tutto era fatto per scandalizzare, per creare conflitto e oggi lo scandalo è conformista. E’ tutto uno scandalo ormai. Gli artisti hip hop, per esempio, all’inizio avevano l’attitudine del “fanculo”, adesso pensano solo a ritirare premi e fare soldi! Hanno costruito bene il loro prodotto , hanno beat fantastici e poi? Dove possono andare oltre questo? La realtà è che l’unica cosa che conta è il “feeling” che crei intorno a te e alla tua musica, tutto il resto non esiste.
Ora il luogo dove ti trovi bene è l’Italia? C’è un posto particolare?

Non sono mai fermo in un luogo in realtà, cerco sempre di trovare stimoli diversi.
Conosco musicisti italiani bravissimi e qui è nata una sinergia particolare ed incredibile, con loro mi sento in contatto telepatico.
Un luogo fondamentale per me era il “Link”, uno storico centro sociale di Bologna in cui, tempo fa, si respirava un’atmosfera unica, era una famiglia creativa. Sono cambiate tante cose da allora, anche per motivazioni politiche forse troppo superficiali. Una sera ero dentro il locale quando è arrivata la polizia!
Con l’Italia poi ho un legame profondo perché ho vissuto in Sicilia sei anni.

Capisco, i legami con i luoghi e con le persone che li frequentano condizionano la nostra creatività …

Alcuni “luoghi” ti condizionano a livello cerebrale, altri a livello emotivo.
Per esempio, è stata molto stimolante per me la musica di Shostakovich , poi per un certo periodo la musica dell’est Europa è stata una passione dark, profonda e oscura, in seguito ho avuto la possibilità  di viaggiare in Africa, nel Mali ed in Senegal, ma queste sono state “scelte”, era la mia voglia di viaggiare e di scoprire.
Nella vita ci sono persone o avvenimenti che influiscono su di te e non sono sempre una “scelta” conscia ma comunque colorano il tuo mondo. L’Italia è stata una “non scelta”, come quella di essere australiano e quindi mi ha influenzato più profondamente.
E’ molto interessante questo ragionamento. Forse, non a caso un tuo progetto si chiama “Fatalists” e forse, ogni tanto, è anche un bene “perdersi per ritrovarsi.” Oggi sembri un uomo molto sicuro, sei tu che stai guidando la tua vita?

Forse bisogna arrendersi al fatto che non sei mai tu veramente a guidare la tua vita.

La risposta migliore alla banalità della domanda.
Mentre scorre il tempo come il liquido nei bicchieri … Immagino cosa sia stato per Hugo quel viaggio nell’ inconscio collettivo che era la Berlino degli anni ’80, così capace di scatenare dentro di noi,  che amiamo quelle atmosfere decadenti, pulsioni ed emozioni recondite, viscerali, animalesche. E penso:quando mi ricapiterà di avere di fronte Hugo Race? Ci puoi raccontare di quel periodo per noi così mitico?

Ah certo, ma ci vorrebbe tutta la notte e non basterebbe! E’ stato un grande trauma collettivo! Quello che posso dire è che è stato un periodo elettrico e irrequieto … Un periodo in cui anche io ero diverso, ero più incosciente. C’era un sacco di anfetamina, una scena chimica che non esiste più, non nella stessa maniera. L’adrenalina era nell’aria in qualsiasi cosa si facesse, c’era una energia particolare e collettiva, Einstürzende Neubauten, Nick Cave and the Bad Seeds, Crime and The City Solution.
Non era facile. A vent’anni, se vuoi sopravvivere, devi pensare a te stesso, non hai molto da dare al prossimo. L’arte può dipendere anche da questo; pensi che tutte le cose orribili che ti succedono siano come un catalizzatore di energie creative. Quel periodo è stato un trauma collettivo che ha prodotto proprio grande musica!
Però si può produrre grande musica anche senza avvelenare il mondo intorno a noi, ma questo si impara con il tempo.
La storia è questa: quando non hai niente da dire dovresti cacciarti in qualche guaio, quando hai qualcosa da dire dovresti invece starne fuori. Qualcosa del genere.

Grazie di condividere questo prezioso consiglio. Quali sono le situazioni in cui riesci a creare canzoni, nel caos o nella tranquillità?

Ora mi piacciono le situazioni in cui ognuno si sente sereno con se stesso.
E ancora questo musicista, questo “cavaliere oscuro carico di elettricità” è capace di spiazzarti …  d’altronde la “signorina sincerità” è una diva misteriosa in questi tempi bui. Penso che ci sia più bisogno di persone che di miti …

Ci servono i miti! … prosegue Hugo Race, continuando instancabilmente a rispondere con ragionamenti poetici a me, a voi, all’incedere della notte …

I miti servono a dare profondità. Il mistero serve perché, rivelando tutto, tutto si distruggerebbe, vero?

Good night,  Mr. Race.

Grazie a Kristina Tošović che ha collaborato all’intervista e Giacomo Marighelli che, come ideatore della rassegna “Il silenzio del cantautore”,  ha reso possibile questo incontro al Korova Milk Bar di Ferrara. 

Intervista a Max Manfredi

9 gennaio 2017

Cantautori a scuola

6 novembre 2017

Intervista a Fabrizio Tavernelli

27 febbraio 2015