Intervista a Janna Carioli

Il Canzoniere delle Lame di Bologna. Un racconto di musica, condivisione e grandi sogni.

Bologna, 1967. Janna e Gianfranco (Ginestri) sono due ragazzi  che, con un registratore a bobine Geloso, da anni girano  durante i cortei, per le piazze e i cortili e “catturano” tanti canti popolari. Canti delle mondine, di anonimi lavoratori, di partigiani, di anarchici. Si infilano anche nelle manifestazioni con il loro registratore per testimoniare quegli slogan del “movimento” che nascevano in mondo spontaneo e che raccontavano così bene il fermento di quegli anni.
Gianni Bosio, ricercatore musicale ed esponente del Partito Socialista, li avvicinò e li convinse: non bastava raccogliere questo immenso materiale storico, bisognava cantarlo, renderlo vivo o non sarebbe servito a nessuno! Nasceva così l’esperienza del “Canzoniere delle Lame di Bologna”.
Quindici anni di impegno sociale e più di mille concerti in Italia e all’estero condividendo il palco con grandi artisti come gli Inti-Illimani e Tracy Chapman.
Bologna. Cinquant’anni dopo. Sembrano poche le “corrispondenze” e tante le “divergenze” con quegli anni. Oggi le piazze piene sono quelle del web.
Come allora però qualcosa spinge alcune persone ad essere “minatori della memoria”, a “scavare” con passione nel passato e conoscere valori ormai desueti e a raccogliere e raccontare delle storie.
Sul registratore, senza bobine di oggi, è registrata la voce gentile di Janna Carioli, fondatrice del Canzoniere ed oggi autrice di programmi televisivi e libri per ragazzi, che mi accoglie con i pasticcini e tutta la disponibilità a raccontare.
Janna, a chi doveva servire la musica del “Canzoniere delle Lame di Bologna?”

Noi facevano canzoni di protesta, di sostegno politico che spesso venivano usate per fare propaganda. Ti racconto qualche episodio rappresentativo di quel “clima”.
Ci fu un anno, il 1969 se non erro, in cui a Bologna c’erano molte fabbriche occupate per ristrutturazioni, per chiusure e altro. Il simbolo di queste occupazioni era una baracca di lamiera montata in mezzo a Piazza Maggiore.
Noi del Canzoniere ci alternavamo a stare nella baracca. Ogni giorno arrivavano operai provenienti dalle varie fabbriche. In genere erano arrabbiatissimi e la richiesta era quella di avere una canzone che descrivesse la loro situazione. Io ero l’addetta alla scrittura.
Le canzoni  dovevano avere termini facili, essere orecchiabili e cantabili da tutti, in coro. Il polo industriale di Bologna, in quegli anni, era a San Lazzaro e non Casalecchio e un giorno vennero in delegazione gli operai di una decina di fabbriche diverse. Ogni fabbrica voleva la sua canzone ma noi non potavamo certo comporne così tante, allora decidemmo: avrei scritto una scola canzone con una strofa per ogni fabbrica.

Una volta ci capitò anche di essere denunciati a causa di una di questa canzoni.  Io ero spaventatissima. E chi era mai andato in tribunale? Ma successe una cosa straordinaria: Il giorno del processo arrivarono tutti gli operai  che si autodenunciarono, dicendo che loro erano stati i mandanti della canzone e così ritirarono la denuncia.
Questo fu un fatto eclatante. Oggi impensabile.

Era un bel rischio cantare in quegli anni!

Il fatto che la musica faccia paura non è però una novità. Durante il golpe in Cile, nel 1973, il cantautore Victor Jara  fu ucciso in uno stadio di Santiago perché era il cantante più noto della sinistra.
Le nostre canzoni, nel nostro piccolo, avevano valore di protesta per questo avevano una funzione utile ed un senso di urgenza. Erano per di più canzoni semplici, che raccontavano in modo veloce un fatto d’attualità.

Cosa è cambiato nel modo di fare musica oggi rispetto al passato?

Oggi è cambiato il modo di fruire la musica. In Emilia, negli anni ‘70, ’80 e ’90 sono nati tanti musicisti perché c’erano molte possibilità di lavoro legato alla musica. C’erano molte discoteche, molte balere, molte feste. Tu potevi  suonare liscio, jazz o altro. Si portava la propria musica sia nelle discoteche che nelle feste dell’Unità o nelle balere che erano frequentate da un pubblico vario, non solo da giovani.  Oggi un musicista può mettere il suo pezzo su youtube e raggiungere molte più persone di una volta, può avere una notorietà molto grande online ma mancare del rapporto diretto con il pubblico.
Adesso uno si chiede: “La tua canzone funziona sul web ma suonata dal vivo funzionerebbe?”
C’è una sorta di inversione dei tempi, prima suonavi dal vivo, provavi, riprovavi, limavi poi arrivavi al pubblico. Ora lanci il tuo pezzo e poi,se piace, arrivi al concerto.
Ci sono a Bologna ancora luoghi dove esibirsi?

Esprimo una mia opinione: secondo me a Bologna si sta attuando una politica avversa ai luoghi frequentati dagli studenti.Si dimentica che il fermento e l’entusiasmo di questa città dipende proprio da loro.
Si vuole incentivare un turismogastronomico (che spesso predilige più la quantità che la qualità), o un turismo colto sulla scia di Firenze dimenticandosi che gli studenti Bologna la abitano e la rendono viva.
Sono avversati i centri sociali e pochissimi luoghi sono adatti per proporre musica originale.
La situazione non è rosea per la musica. Per tornare a noi, Janna, che rapporto c’era tra il Canzoniere e i cantautori bolognesi, Guccini, Dalla … ecc?

Io ero a scuola con Lucio Dalla,  conoscevo Guccini , ho scritto una canzone per i Nomadi ma le coincidenze finiscono qui, le nostre erano realtà separate, anzi delle volte li vedevamo troppo ripiegati su se stessi e ci chiedevamo: ma cosa cantano? Per chi?
Noi facevano canzoni di protesta, di sostegno politico che spesso venivano usate per fare propaganda .
Anche i luoghi dove si cantava immagino che fossero differenti?

I cantautori (intesi con questo termine) non erano ancora “di moda”. Per lo più cantavano nelle osterie o nei club, come il Folkstudio a Roma. Solo qualche anno più tardi, rispetto al 1968 cominciarono a fare anche grandi concerti. Chi  faceva canzoni politiche cantava o in piazza o nelle feste dell’ Unità. Solo raramente cantava in teatro. A Bologna c’era il Teatro San Leonardo che ospitava questo genere musicale. Beh, c’è anche da dire che il nostro concerto di addio, nel 1982, lo facemmo in Sala Bossi, tempio della musica classica, davanti a mille persone. Una soddisfazione.

Nessun punto di convergenza?

Qui si apre un discorso complesso.  I cantautori sono sempre molto attenti a cavalcare l’onda, a proporre (e carpire) quello che può essere accattivante. La musica popolare per certi aspetti è tornata di moda. De Gregori per esempio ha inciso un album con  GiovannaMarini. La Nannini ha inserito alcune canzoni popolari nei suoi cd.
Diciamo che dai canti popolari hanno tutti attinto, anche noi che facevano canzoni di protesta.  
Non sempre poi i musicisti si sono ispirati alla musica popolare italiana. Branduardi, per esempio, ha scelto la musica popolare celtica.  Zucchero il blues americano.
Per quanto riguarda il canto sociale da tempo ha perso la sua funzione “utile” quindi è stato tralasciato completamente.
Quando a Sanremo viene fuori una canzone con un senso sociale, (mi vengono in mente Cristicchi o Faletti), il pubblico reagisce comunque positivamente. Forse gli ultimi a dare un senso sociale alle loro canzoni sono stati i CCCP– Fedeli alla linea. Da molti anni non si fa più politica attraverso la canzone,  ma è meglio così, perché ora la musica non è più lo strumento adatto.

Così anche il Canzoniere delle Lame di Bologna ha perso la sua funzione “utile” ?

Certo. Io scrivevo canzoni che oggi non sarebbero proponibili.
Il nostro ambito musicale erano soprattutto le feste dell’Unita, ci siamo sciolti quando la politica del Partito Comunista ha cominciato a scricchiolare e abbiamo capito che in quel momento le nostre canzoni non servivano più per ottenere obiettivi dal punto di vista sociale, ma servivano solo per celebrare una storia “nostalgica” . La nostra musica a quel punto diventata una sorta di “messa rossa”   e  a quel punto  non ci interessava più.
Comunque in mezzo ci sono 15 anni di musica, di condivisione, di grandi sogni.

E grandi concerti! Con gli operai delle fabbriche occupate, con gli emigranti italiani all’estero, con i grandi artisti internazionali come Harry Belafonte, Miriam Makeba, Inti-Illimani, Tracy Chapman. Complimenti per la vostra storia  che serve a raccontare un pezzo di vita del nostro paese, dal 1967 al 1982, come testimoniano il tuo libro “Gli anni che cantano” (Edizioni Nota) e l’Archivio Storico del Canzoniere della Lame che raccoglie tutto il vostro lavoro di ricerca  e che si trova alla Biblioteca Comunale del quartiere Lame di Bologna.

In tutto questo io non mi sento “un ex combattente e reduce”. Il passato è passato e ognuno ha la sua storia.  Noi abbiamo semplicemente  avuto la fortuna di vivere un periodo in cui la speranza aveva ancora cittadinanza nella vita dei giovani. Ma anche adesso, in momenti in cui la politica è in crisi ci sono margini di impegno. Io, per esempio scrivo per i bambini e i ragazzi: libri, canzoni, televisione… Creare un nuovo immaginario per il futuro è una sfida che mi piace.

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