Intervista a Claudio Lolli

Con la leggerezza della poesia ci ha raccontato il dubbio, l'adolescenza e la libertà

Al telefono:
“ Le andrebbe di fare una chiacchierata a tavola?!”
“Se smetti di darmi del lei.”
“ Grazie. Poi, ovviamente, tutto quello che scrivo te lo farò leggere per sapere se ti va bene.”
“Andrà benissimo. Io non censuro niente. Troviamoci all’Osteria dell’Orsa. La conosci? ”
Poi la paura. Sembra impossibile  poter chiacchierare con Claudio Lolli con questa semplicità. Mi dico: “Ho delle responsabilità, perdio! E’ un punto di riferimento per tante, tantissime persone più grandi di me”. Mi dico ancora: “Devo chiedere le cose giuste” e “Il rischio maggiore sarebbe cadere nella tentazione di chiedere delle soluzioni ai grandi problemi, di trattarlo come una sorta di profeta”.
Poi l’incontro avviene e mi rendo conto che niente di tutto quello che mi ero immaginato è vero, perché Claudio ha distrutto subito le mie barriere mentali, mi ha messo subito a mio agio, sì è interessato a me quanto io a lui. Ci incontriamo all’Osteria dell’Orsa e lui mi dice: “ Una volta non era così, qui sotto si suonava. Era fantastico nelle intenzioni ma l’acustica era terribile… Usciva un gran baccano”. L’Orsa è ancora oggi è centro di ritrovo per la vita studentesca bolognese. A me  ora basta chiudere gli occhi e immaginarmi il clima delle mitiche osterie bolognesi. Cominciamo, com’erano le osterie negli anni settanta Claudio?

Io frequentavo le osterie come avventore. Faceva parte del mio mondo, del mondo artistico, del mio modo d’essere. Era un gesto molto naturale ed istintivo frequentare alcuni luoghi perché lì incontravi le persone che frequentavano il tuo mondo, quello della musica, della poesia, della letteratura, della creatività in generale. Trovavi alcuni amici che magari non erano ancora famosi ma erano importanti per me dal punto di vista emotivo, ovviamente Guccini, ma anche Dalla, Pazienza, Gianni Celati.. e tanti altri. Era un’ atmosfera bella, ma per un consumo interno soprattutto, era un clima adatto a quello che stavo dicendo, quello che stavo pensando in quel periodo. Un fervore culturale nato da un’ aggregazione spontanea, non istituzionale, non istituzionalizzabile. Io in realtà a Bologna ho sempre suonato poco e non so dirmi il perché. Sono costretto ad andare sul quantitativo, a Bologna siamo tanti autori e tanti sono diventate star.

Questo è un po’ triste per me, il fatto che alcuni grandi autori sono valorizzati solo quando non ci sono più come è successo a Freak Antoni e, comunque, mai quanto meritava. Voi eravate amici e vi stimavate, quanto manca il suo genio a questa città?

Certamente molto, però mi ha dato fastidio anche come tanti hanno abusato della parola “genio” dopo la sua morte. Certo che era un genio ma non lo potevano capire prima?
_MG_9594Ordino le tagliatelle al ragù. In questi giorni, che hanno preceduto il nostro incontro, ho pensato a quanto tempo ho dedicato alla canzone “Vent’anni”. Bellissima. Il verso “Vent’anni né poeta né studente” è il mio preferito. E questa canzone, come tante altre tue canzoni, mi ha aiutato a crescere. Allora ho capito che tu, a differenza di altri grandi autori, nelle tue canzoni non dai certezze ma sussurri dei dubbi e i dubbi aiutano a crescere, sono “adolescenti”, mentre le certezze sono adulte …  

Quella canzone mi piace molto e piace molto a tanti ragazzi. Poco tempo fa una ragazza mi ha scritto una mail dicendomi: “La prossima settimana compio vent’anni e tu me li hai già raccontati. Soprattutto con l’ultimo verso vent’anni, rabbia, sete e acqua salata.”
Non credo che uno che fa canzoni a vent’anni deve scrivere ai ventenni e che uno  che le scrive a sessanta le scrive ai sessantenni. Mi confronto sempre con i giovani e quando suono in giro per l’Italia ne vengono tanti ai miei concerti. Se non fosse così avrei già smesso.

Secondo me è perché non ti sei mai assoggettato al mercato. Una scelta molto coraggiosa credo … è vero?

Nessun eroismo, figurati. Molto naturalmente, sono andato nelle situazioni in cui mi sentivo più a mio agio, come è successo quando sono uscito dalla Emi per andare all’ “Ultima Spiaggia”, l’etichetta di Nanni Ricordi, che era molto più piccola. La “carriera”, per come viene intesa generalmente, ne risente di queste scelte.

Sicuramente non aiuta a farsi degli amici nel mondo dello spettacolo.

Una volta sono finito a Bari, in una kermesse canora per la televisione, si era divisi in squadre.  In una c’eravamo io, Battiato, Alice ed altri. Azzurro 83 credo che si chiamasse.
Quei giorni della manifestazione li passavo nella noia più disperata, non c’era un niente da fare! Ci facevano cantare in playback, ci chiedevano di sillabare bene le parole se no il pubblico a casa se ne accorgeva. Abbiamo anche vinto la gara ma era una situazione impossibile, non vedevo l’ora di scappare.
Un’altra volta mi sono trovato per 500 mila lire (avevo bisogno di soldi e non potevo rifiutare) in una discoteca a Salerno, a mezzanotte spegnevano la musica disco e io su uno sgabello, con la chitarrina classica, dovevo cantare le mie canzoni per mezz’ora, da Michel ad Aspettando Godot. Completamente fuori luogo. Dopo queste e altre situazioni era chiaro che dovevo mettermi nella posizione di poter scegliere se andare a suonare o no nelle situazioni che mi  proponevano, di andare solo se erano amichevoli. Fu poco dopo che feci il concorso per diventare insegnante.

Come far coesistere questi due lavori, l’artista e l’insegnante?

Io ho insegnato per trent’anni ed è stato meraviglioso. I ragazzi sono molto meglio di come li si dipinge, ma bisogna trattarli da esseri umani e questo spesso molti miei colleghi non lo facevano. Io sono stato benissimo, ho imparato molto da loro. E poi ci facevamo delle risate mitiche, loro mi divertivano e io li facevo divertire.

Ordiniamo da mangiare. Intanto penso “Che esperienza sarebbe stata avere come insegnante Claudio Lolli!” Ma li accompagnavi anche in gita, Claudio?

Solo quelle giornaliere. Perché di notte stare sveglio e attento perché i ragazzi non andassero in camera delle ragazze diciamo che era contrario ai miei principi, forse li avrei incoraggiati a farlo.
_MG_9593Mentre mangiamo arriva sempre più gente. L’Orsa ha la caratteristica di avere la cucina sempre aperta, da mezzogiorno a mezzanotte. Questa la rende il posto più adatto per mangiare le tagliatelle al ragù o i tortellini in brodo, anche tra una lezione e l’altra dell’università. Continuiamo la chiacchierata. Ho letto, Claudio, che sei molto attento nella stesura dei tuoi testi. Anche io nel mio piccolo ci metto molto tempo per scrivere. Quanto è importante questo “prendersi il tempo”? Vorrei saperne di più sul tuo metodo creativo.

Alfieri dice ideare, stendere e verseggiare. Scriveva tragedie: all’improvviso aveva una idea e subito la scriveva su un pezzetto di carta. La lasciava anche cinque anni ferma, chiusa in un cassetto, poi tirava fuori quel pezzetto di carta e se l’idea l’emozionava ancora  iniziava a lavorarci, a stendere il testo, circa una cinquantina di pagine. Solo allora iniziava a verseggiare. Ahimè allora il metodo di scrittura erano gli endecasillabi, talvolta bruttissimi.
Comunque sì, ci metto attenzione ovviamente. Questo vale per la musica ma anche per la letteratura. Il mio ultimo libro, Lettere matrimoniali, ha avuto un tempo di creazione molto lungo: tre anni.

Tre anni perseguitato dalla storia, dai dialoghi tra i personaggi, l’ambientazione … non diventa una fissazione?

Tre anni bellissimi però, penso che ti stupirai, Andrea, se lo leggerai. Troverai qualche cosa di diverso da quello che ti aspetti da me.

Intanto finiamo il pranzo. Una pausa sigaretta e poi un amaro prima di salutarci. Ecco le domande. Maledizione! Con questa “Palestra del Cantautore” sto cercando di raccontare le cose che credo belle. Penso che le istituzioni e le persone sensibili debbano proteggere questo tesoro, questo patrimonio italiano di artisti e artigiani. Non per calcolo ma per amore. Non ti nascondo che a volte mi sembra di fare il Don Chisciotte contro i mulini a vento! 

E’ commovente questo discorso nella sua ingenuità. Ma va bene così: pensa che la tua vita poteva passare senza Don Chisciotte, è una fortuna che ci sia.
Il mondo è fatto di persone, anche di giovani che fanno solo le cose possibili. A volte bisogna tentare quelle impossibili perché può anche andare bene.

E’ che mi sembra, Claudio, che la società non valorizzi “il diverso”, ma anzi tenda ad omologarlo o respingerlo. Cosa ne pensi?

Non esco molto ormai ma, a leggere i giornali, vedo un humus molto pericoloso, molto violento proprio nell’uso delle parole. Vediamo di non fare aumentare questo sentimento perché potrebbero nascere problemi grossi.
Io penso: siamo diversi ma stiamo vicini, cerchiamo di imparare a vicenda. Può sembrarti banale come discorso ma io ci credo molto.

Mi ero promesso con questa intervista di stare attento, di chiedere le cose giuste e concentrarmi su di lui e non chiedere risposte “generali” sul destino del mondo ma forse è giusto così, fa parte dell’emozione di incontrare Claudio. Lui è stato molto gentile e ha risposto a tutte le mie domande. Non è un profeta me è sicuramente una bella persona e un grandissimo artista che ho avuto la fortuna di conoscere.

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