Intervista a Fabio “Dandy Bestia” Testoni

Non c'è gusto "a Bologna" ad essere intelligenti

Un’ intervista, soprattutto se libera da tempistiche editoriali, non è che un ritaglio, uno scorcio di incontri più complessi, necessari.
Fabio Testoni, il grande chitarrista bolognese degli Skiantos si trova al tappeto, come si nota dalla copertina del libro “Fantabiografia di Dandy Bestia. Io sono uno Skianto (Giraldi Editore)” di Alessandra Ortolani, ma poi si rialza con una giravolta da boxeur navigato, si riprende la scena e si trasforma nel misterioso Dio futurologo degli inizi, il “Giano” Bifronte e guarda al futuro e al passato con un bellissimo album solista.
Come ogni vero oracolo, oggi “Il Dandy” parla dal suo Tempio: il cortile interno, a lui dedicato dell’Osteria del Sole, il luogo del bivacco più antico di Bologna, dal 1465.
Fabio, con il consueto umorismo, chiosa: “In tanti anni che vengo qui a bere si può dire che questo tavolo l’ho comprato, ormai è mio di diritto!”.
Partiamo dal nuovo album “Giano”, perché un album da solista?

Dopo una vita in un gruppo, ho deciso di fare tutto da solo. La band è una vera democrazia perché in un gruppo bisogna essere tutti d’accordo, tutti convinti, basta uno che non lo sia per rifare tutto in un altro modo, ci si inventa un’altra storia, ci si relaziona sempre con gli altri e questo, sono convinto, aumenta la grandezza della musica.
Da solo non si possono raggiungere, secondo me, gli stessi livelli sonori.
Però puoi essere più decisionale e sperimentare molto.
In “Giano” ho provato ad allontanarmi dagli Skiantos (e ovviamente non ci sono riuscito).

C’è un’ironia pungente e molto matura in canzoni come “Un uomo vecchio in una macchina nuova”

Quello è un pezzo tutto mio, musica e testo. Un po’ di frasi sono di Marco Nanni.
In questo momento hanno collaborato tanti amici e questa è una gran bella cosa di questi tempi.
L’attitudine da rocker che non si imprigiona torna sempre quindi, anche in questo disco da cantautore.


Hai sentito la presenza di Freak nella composizione del disco?

Soprattutto nella presentazione delle canzoni. Ho avuto come maestro Freak che, oltre ad essere stato un geniale paroliere, è stato anche un grande performer.
Un vero animale da palco. Timidissimo, si trasformava completamente con il pubblico e diventava un comunicatore naturale.
Girava il coltello nella piaga, nella tua ferita più profonda con un’ironia corrosiva insisteva finché non eri a brandelli.
Qualcuno ha riso alle nostre performance ma qualcuno si è sempre arrabbiato.
Freak comunque era sempre disposto a mettersi in gioco, era un provocatore nato.

A questo punto ci puoi raccontare qualche aneddoto alla “Skiantos”?

Una sera, in diretta su TELETHON che veniva trasmesso su Rai 1, decidono di chiamarci.
Proponiamo: “Calpesta il Paralitico”. Prima di suonare Freak fa una premessa:
“Questa canzone è stata suggerita da un amico handicappato molto intelligente e molto ironico, contrario alla retorica dei buoni “sentimenti”, contro tutti i falsi pietismi”.
E poi attacchiamo con questo pezzo durissimo in prima serata.
Dopo di noi in scaletta? Pierangelo Bertoli!
Io, onestamente, ero un po’ preoccupato.. Pensavo, proprio da qui dobbiamo uscire? Ma Pierangelo ci venne incontro abbracciandoci e dicendoci che aveva le lacrime dal ridere.

Solo voi potevate tanto! E come è nato il leggendario lancio della verdura tra voi e il pubblico?

Noi avevamo studiato al Dams le avanguardie futuriste, dadaiste e ne prendevamo ispirazione.
E poi ci sembrava un gioco. Pensa che una volta comprammo 3 kg di vermetti vivi, in un negozio da pesca e, durante un concerto, iniziammo a lanciarli in mezzo alla verdura. All’inizio la gente non capiva, non c’era niente di diverso.
Poi d’improvviso le urla delle donne che si trovavano tra i capelli e dentro i vestiti questi vermetti vivi. E’ stata una provocazione molto potente.


Questa chiacchierata non poteva che avvenire qui, in questo storico tavolo dell’Osteria del Sole. Fabio, io (come tanti), vivo Bologna con una strana nostalgia di quello che non ho vissut, il mito delle cantine bolognesi. Tu che sei Bolognese Doc, puoi raccontarmi della Bologna che vivevi da bambino?

I miei genitori e anche i miei nonni sono sempre stati a Bologna. Abitavamo dietro il Tribunale. Quella zona è casa mia da sempre.
Una volta era una zona molto malfamata, fino al 1958 era piena di bordelli. Si diceva una zona poco raccomandabile. Io ero piccolo ovviamente, sui cinque o sei anni non hai bene idea di quello che succede ma puoi ricordare una sensazione pericolosa, ovviamente però non capivo i meccanismi. C’erano tantissime trattorie e osterie frequentate soprattutto da puttane, magnacci, usurai, ladruncoli, c’era una vera malavita, con le sue regole. Un mondo che ovviamente non esiste più.
Molte delle persone che frequentavano quei posti sono finiti in galera, qualcuno è morto, qualcuno lo incontro ancora, qualche reduce.

E la musica? C’è stato un momento in cui c’era un movimento? Valori condivisi?

In anni successivi a quelli, certamente.
Per me e tanti altri l’impegno politico è contato tanto e voglio dire che siamo ancora qui, non abbiamo cambiato idea come molti. Gli artisti una volta si muovevano davvero per la politica, mi viene in mente Finardi, Guccini, gli Area.
Intanto avevamo tutti la stessa casa discografica, la Cramps Records, la casa indipendente “rossa” di Gianni Sassi che era un comunista “serio” e già per lavorare con lui dovevi avere dei valori forti, condivisi.
C’erano tanti artisti che frequentavano la Cramps. C’era anche Claudio Rocchi nel giro.
I milanesi invidiavano il rigore che c’era a Bologna, dove le cose si facevano sul serio.
Ora gli artisti non parlano mai di politica, hanno forse paura di esporsi; allora non ci pensavi, noi e soprattutto Freak, abbiamo sempre detto quello che senitvamo senza preoccuparci delle conseguenze, un po’ da incoscienti.

Forse per questo Bologna sembra amare più gli “imprenditori”che i suoi artisti!
Qualche tempo fa Claudio Lolli, parlando di Freak, ha detto che era svilente che, solo ora che è morto, si usasse così spesso la parola “Genio” per definirlo. Freak era un genio, certo, ma allora qualcuno non poteva accorgersene prima?

Condivido lo stesso pensiero riferito allo stesso Claudio Lolli, che non mi sembra valorizzato quanto meriterebbe, lui che ha scritto storie bellissime, legate a questa città.
Noi parliamo di lui e lui parla di noi, da sempre.
Ci accomunava una fraternità politica sia di ampie vedute che riguardo a problemi rionali che interessavano gli studenti.
Ci siamo visti per anni “in centro” per bere qualcosa in piccolissimi bar o in qualche manifestazione.
Claudio ha fatto album bellissimi, non solo i testi, anche musicalmente.
Abbiamo scritto una canzone su Bologna insieme, gli Skiantos e Claudio Lolli, si chiama “Angolo B” e il ritornello dice: “ E certo non ti amo più e a volte mi sembri una fogna, rossa ancora sì ma soltanto di vergogna.”

Possiamo spegnere questo registratore ordinare un’altra bottiglia di vino e augurarci che Oscar Wilde sia profetico come al solito: “Il futuro è del Dandy” … Bestia.



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