Intervista a Massimo Zamboni

Ci sono viaggi che ti portano lontano spostandoti pochissimo. Sono i più profondi.

Bisogna stare attenti nell’aprire gli armadi perché, a volte, escono vecchie storie profonde che fanno ancora sanguinare.
Questa storia, in particolare, più si allontana nel tempo e più coinvolge persone, viene riscoperta, mitizzata o rimpianta.
Questo accade perché evoca in noi amicizia, fratellanza, spiritualità ma anche ribellione, tradizione e tradimento, sentimenti potenti che non hanno niente a che vedere con il mondo apatico della musica d’oggi (compreso l’indie che probabilmente da questa storia nasce).
Siamo con Massimo Zamboni, fondatore dei CCCP – Fedeli Alla Linea e dei C.S.I – Consorzio Suonatori Indipendenti, autore di imprescindibili album solisti, da Sorella Sconfitta (con Nada e Lalli dei Franti) fino a Sonata a Kreuzberg, l’ultimo lavoro con Angela Baraldi e, parallelamente, scrittore di bellissimi romanzi da Nessuna Voce Dentro a L’Eco di Uno Sparo (entrambi per Einaudi Editore). 

La “Palestra del Cantautore”, stramba e “anarchica” rubrica musicale, si concede il lusso di interrogare Massimo con la voce tremante degli estimatori, nel clima familiare dell’Antica Trattoria Toschi, a Bagnoli, in terre reggiano- modenesi, tra vino, gnocchi di borraggine o all’ortiche, tagliatelle al ragù contadino e altre meravigliose specialità “d’una volta”.  

Raccontiamo dall’inizio questa chiacchierata informale.  I CCCP – Fedeli alla Linea nascono dal tuo incontro con Giovanni Lindo Ferretti a Berlino.  Cosa facevi prima di andare in quella città?

Ho frequentato la facoltà di medicina per tre anni e poi mi sono iscritto a lingue. Seguivo poco i corsi e, comunque, c’erano metodi di insegnamento che non mi piacevano, con insegnanti reazionari e disinteressati completamente alla crescita degli studenti.
In quegli anni c’era l’esigenza di viaggiare, scoprire, c’era la sensazione che la vita fosse lontana delle università.
Anche l’Emilia era una terra variopinta: la montagna era punk, la città rockettara, la pianura invece è sempre stata blues.
Ancora oggi credo che la provincia di Reggio Emilia custodisca anime speciali e, se qualcuno attraversasse a piedi questa terra, imparerebbe tantissimo perché ci sono viaggi che ti portano lontano spostandoti pochissimo. Sono quelli più interessanti e profondi.

Mentre parliamo risalgono nella nostra mente le parole e le note ipnotiche di “In Viaggio” e insieme le immagini di quel famoso concerto di videomusic  da cui è stato tratto l’album In Quiete, in cui il Consorzio Suonatori Indipendenti ci ha insegnato la forza nascosta dietro un sussurro. Massimo, ci puoi raccontare come nascevano quelle canzoni e quegli arrangiamenti meravigliosi?

E’ una metodologia  bella e lontana nel tempo di fare musica.
La nostra sala prove era esattamente come in quel video; lavoravamo sulle canzoni guardandoci negli occhi, uno davanti all’altro, con forza e fragilità.
La canzone nasceva da un’idea, da un riff di chitarra o di piano che poi suonavamo per ore ed ore di seguito finché ognuno di noi entrava nella musica e si metteva a proprio agio dentro quel viaggio. C’era una pazienza che oggi sembra essere esaurita, purtroppo.
Ora nella musica c’è molta fretta di successo, grazie anche a programmi come X Factor. Tutti ambiscono ai “15 minuti di celebrità”, come diceva Warhol. Cosa pensi di questi meccanismi?

Credo ci sia più autorevolezza nel rifiuto che nella partecipazione.
D’altro canto, quando sei giovane, pensi che il fine ultimo della vita sia la notorietà e quindi accetti di tutto ma con i meccanismi televisivi non puoi vincere, tranne che in rarissimi casi, è il prodotto che predomina sul singolo che viene limitato in una categoria: il cantautore misterioso, l’artista romantico, il punk, il rap …
C’è stato un momento che con i CCCP, soprattutto al tempo della collaborazione con Amanda Lear, abbiamo collezionato partecipazioni televisive importanti fino al palco del Maurizio Costanzo Show. L’ambizione di molti in quegli anni era fare le scimmie addomesticate su quel palco. Io, francamente, spero che quegli spezzoni non vengano mai riesumati.

Mentre riempiamo i bicchieri arrivano i secondi, coniglio e faraona. Dalla spuma si è passato al lambrusco ma l’Antica Osteria Toschi, che ci ospita, è rimasta uguale nel tempo, tramandata di generazione in generazione, come le ricette presentate nel menù.
Basta chiudere gli occhi infatti, per trovarsi in una storia di Guareschi, con i vecchi che giocano a biliardo o a briscola e, tra scherzi e goliardia, trascorrono il pomeriggio.
Torniamo a noi, Massimo. Tra i tanti momenti importanti della tua carriera, un album significativo e magico è “Sorella Sconfitta”. Siamo molto legati a quella “Miccia prende fuoco per la gola” …

Mi fa piacere perché è stato un disco fondamentale anche per me. Rappresenta una ricostruzione personale e professionale in cui nulla era scontato.
L’avventura con  il Consorzio era finita di colpo, tirando il freno a mano in curva mentre andavamo a Massima Velocità. Quello schianto ci ha lasciato addosso ferite che in quell’album sono diventate cicatrici.
C’era anche la tentazione forte di fermarsi con la musica privilegiando la casa e la famiglia, poi in maniera naturale la creatività mi ha portato avanti.
Ho raccolto i testi di quel periodo nel libro “Prove Tecniche di Resurrezione” e, in questi giorni,ho scoperto che il nuovo libro di Antonio Polito si chiama stranamente allo stesso modo.  Questo mi ha colpito molto, perché il mio libro è molto distante da un libro di “auto-aiuto”come può essere quello di Polito, le mie “prove di resurrezione” costano fatica, le metti in atto ma alla fine non sai se ce la fai.

“Prove tecniche di resurrezione” è un bellissimo titolo, originale, ed è molto strano che il libro di Polito ( giornalista, editorialista del Corriere sella Sera) si intitoli allo stesso modo. Un altro libro che mi piace molto è “L’eco di uno sparo”. Perché hai raccontato questa storia?

Alla base c’è una ricerca familiare. Il libro nasce da un evento: mio nonno era un fascista ed è stato ucciso da un proiettile partigiano. Io con questo accadimento non ho mai fatto pace ma, dopo questa lunga ricerca, nell’analizzare le ragioni e scavare negli archivi, ho trovato un pezzetto di me.
La prima volta che andai in Mongolia, mi colpì la loro profonda conoscenza della  memoria genealogica (sono figlio di … ), tramandata in maniera orale.
Spesso, in questo spazio e in questo tempo, siamo banderuole in balia del primo colpo di vento.
Arriva il caffè e anche noi concludiamo questa tranquilla serata.
Come stai oggi?

Attraverso un periodo abbastanza sereno.
C’è stato un periodo della mia vita in cui incontravo manager, promoter e altre figure dello spettacolo che mi procuravano un continuo stress; oggi, quando esco, ho a che fare con persone che mi piacciono molto. E questo mi da molta serenità e soddisfazione.

Ormai è chiaro che siamo fan di Massimo e non possiamo esimerci da fare la domanda più scontata: perché la fine del Consorzio Suonatori Indipendenti e del tuo rapporto lavorativo con Giovanni Lindo Ferretti?

Ci vorrà ancora molto prima di affrontare questa storia con equilibrio, senza fare e farsi troppo male.
Nel libro Nessuna Voce Dentro racconto Berlino nella prima metà degli anni ‘80, che rappresenta il viaggio e la voglia di scoperta della mia generazione. Il libro finisce con l’incontro fondamentale con Giovanni, che ha portato alla nascita dei CCCP e mi ha cambiato la vita.
Sarebbe bello raccontare la storia da quel punto in avanti. Chissà forse da vecchio sarò abbastanza saggio!

Proviamo allora noi, nel nostro piccolo, a chiudere il cerchio: come fan ci chiediamo perché il Consorzio Suonatori Indipendenti non esiste più, anche se sarebbe più opportuno non farsi questa domanda e godersi semplicemente la magia di quel gruppo che racchiudeva artisti con anime molto diverse tra loro. Prima o poi era naturale che i componenti del Consorzio avrebbero cercato vie diverse, forme soliste d’espressione, portando avanti e sviluppando quello che già  c’era nel loro interno …  chi si è dedicato alla musica popolare, chi alla sperimentazione, chi al nichilismo punk, chi all’epica e all’eroismo.
Massimo Zamboni, secondo noi, ha preso la via più difficile; quella commossa e spirituale della compassione per l’essere umano, raccontandoci quella “Sorella Sconfitta” che ci accompagna sempre e di questo gli siamo  molto grati.

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