Intervista a Sergio Diotti

L’ultimo fulèsta. L’eticità di conoscere e raccontare le fole.

A cena con Sergio Diotti mangi e bevi bene (se ti trovi all’Osteria dei Frati di Roncofreddo) e intanto impari molte cose. Lo sfondo invadente è quello della romagnolità più caratteristica, quella che potrebbe essere frutto di un lavoro di Fellini con Tonino Guerra autore. Quella Romagna onirica delle fole e del folletto Mazapegul ma anche quella forte e concreta dei formidabili formaggi della “Fossa dell’Abbondanza” di Renato Brancaleoni, affinatore da diverse generazioni e prima proprietario “storico” di questa osteria che ci ospita e che poi, nel cambio gestione, ha rinnovato l’ impegno di ricerca della qualità alimentare. Il locale si trova su una collina che sembra guardare giù e dall’alto tutto si vede e tutto si ricorda. La funzione del Fulèsta (contastorie romagnolo) è infatti, dice Sergio, quella di raccontare le storie che  sono state dimenticate. Caro Sergio, che responsabilità ti dà essere l’ultimo della tua specie, l’ultimo Fulèsta?

Una grossa responsabilità. Walter Benjamin considera il narratore come una persona di esperienza. Chi ascolta quindi considera il narratore una persona di esperienza, non il più colto, non il più saggio ma qualcuno che ha vissuto qualcosa di straordinario e che te lo viene a raccontare. I narratori sono stati prima di tutto degli intrattenitori ma con una funzione importantissima nella vita quotidiana delle persone.  Il loro lavoro era universalmente riconosciuto nella società: per esempio la signora Maria Fanti a Sant’Alberto di Ravenna, il “paese che vuole conoscersi” secondo il grande Zavattini, Maria Fanti e come lei tanti altri erano importanti in quanto conoscitori di favole, canti, filastrocche. Gerardo Guccini in un libro dal titolo “Il laboratorio del narratore” ha messo in luce come, in media, si inizi a raccontare solo dopo i 35 – 40 anni; difficilmente nella prima parte della vita uno fa il narratore, sembra che prima uno debba sentirsi sicuro dell’esperienza che ha dentro. Esiste un repertorio di tradizione molto variegato che  conserva storie, farse e commedie, denso di quel fantastico che accompagna tutto il vivere umano, da quando nasci a quando muori, dalle orazioni funebri alle filastrocche e cantilene per bambini, alle festività.  Pensa che attraverso uno studio dell’Atelier delle Figure di Arrivano dal Mare!, dove abbiamo formato in dieci anni tanti nuovi contastorie e burattinai, consultando diversi testi abbiamo appurato che le forme della tradizione orale sono una settantina.  La trasmissione orale del sapere ha un aspetto etico e, come dice Giovanna Marini, uno si chiede: che diritto ho io di raccontare una storia? Ma dovrebbe chiedersi soprattutto: che diritto ho di non raccontarla più? Posso essere io l’ultimo ad averla sentita?

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Quello che mi sembra incredibile è come la conversazione al tavolo dell’Osteria dei Frati con Sergio sia dilatata nel tempo, sembra  di avere rallentato improvvisamente il ritmo arrivando quassù. Questo è l’importante! Questa è la magia delle osterie  che erano luoghi aperti dalla mattina fino a tarda notte come posti di ritrovo e questa è la magia del Fulèsta che, con le sue favole, sa portarti in mondi  straordinari. Come avveniva l’incontro con la narrazione nella società di una volta?
Una volta il rapporto con i racconti era molto diretto. Tutta la vita della classe popolare era accompagnata dalle storie! L’arte accompagnava la vita delle persone con grande frequenza, certo più d’oggi, quando è un avvenimento speciale recarsi ad uno spettacolo. Il Fulésta invece ti arrivava in casa.
In più devi pensare al narratore come un mestiere fatto dall’andare sempre, dell’essere in movimento e del camminare, di essere girovaghi come è tipico di molti mestieri ambulanti. Come dice Paolo Rumiz :“Mi chiedo se la forza del racconto non nasca nell’uomo da millenni di cammino, se il narrare (assieme al cantare) non nasca dall’andare”.
Questa gente della strada aveva bisogno di posti di ritrovo e dove si fermavano i  fulèsta, come i musicisti o i mercanti? Nelle taverne, nelle stazioni di posta, nelle osterie che erano quasi sempre locande e quindi al piano superiore avevano un posto per alloggiare. Lo spettacolo era dappertutto! Ed io mi sono mosso molto per riportare il Fulèsta in luoghi non deputati allo spettacolo, sotto un albero, in un’ aia o in un fienile e ovviamente qui all’osteria.

 

Gustiamo  l’orologio” con i formaggi della Fossa dell’Abbondanza. L’orologio è un piatto tondo dove mangi i formaggi in senso orario da quelli dal gusto più leggero  fino agli erborinati. Mangiato insieme ad un miele aromatizzato il formaggio è buonissimo, un gusto dolceamaro che si mescola al sapore forte del formaggio. Se vieni qui è una prelibatezza che devi assaggiare! Sergio, come è nato il Fulèsta?

Tutto è nato dalla mia passione per le storie. Prima di intraprendere questa avventura ero un burattinaio e quindi ne ero sempre a caccia. Facevo ricerca andando da chi le sapeva e quindi me le poteva raccontare. Intanto ho riscoperto il dialetto come lingua teatrale, ho smesso di usare i testi della letteratura scritta. Ho capito che dovevo usare le storie così come le raccoglievo, non potevo continuare a crearci sopra un testo  o adattarci una regia. Avevo il repertorio però mi mancava la forma. Cercando nella tradizione ho scoperto la figura del Fulésta, allora ho capito quello che dovevo fare …

Come è stato il ritorno del Fulesta?

Abbiamo debuttato in quattro come una gipsy band romagnola, con un repertorio tutto in dialetto! Mi serviva un maestro e,  per mantenere viva una tradizione così importante, ho creato un maestro conoscitore di favole dal nome importante, Augusto Baioni, e poi ho preso i musicisti, alcuni dei quali hanno poi fondato una band di culto del genere folk, i Bevano Est. Il messaggio era chiaro: “Il fulesta è tornato” con le storie che tutti hanno dimenticato.

collage sergio diotti

Mentre mangiamo beviamo del vino  Sangiovese del 2012, ” la Spallata” dalle cantine di San Patrignano. Sergio fa notare la corposità non comune di questo vino.  A tavola, mentre assaggiamo piatti legati al territorio e alla stagione, Sergio Diotti racconta dei riti di queste zone, come  Lom a Merz, quando da Roncofreddo puoi vedere le colline infuocate “dai falò” dei contadini, oppure  “la Pasquella” in cui molti gruppi di musici e attori passano casa per casa per la Questua cantata. Sono spesso riti di rigenerazione. E’ un argomento quello dei riti della Romagna molto interessante, di cui riparleremo. Intanto chiedo a Sergio: come vive la narrazione oggi? 

Oggi la narrazione sta rinnovando molte delle sue  funzioni. Il narratore è tornato ad essere un ricercatore di esperienze,  lavora  sulle storie di vita quotidiana, sul disagio,  fatti accaduti durante la guerra oppure sui casi politici irrisolti o sui migranti … tradizione deriva dal latinotradere”, che vuol dire trasportare, trasmettere!
Il concetto che comunemente si ha della tradizione è  come qualche cosa di fermo, ma non è così. Non c’è niente di più in movimento che il repertorio di trasmissione orale … e spesso la cultura si muove per cicli. Vedrai come ritornerà anche il repertorio sacro, ad esempio, la Natività, che oggi sembra dimenticato.

Infatti sembra che ci sia un bisogno estremo nell’uomo sia di riti che di sentirsi raccontare storie, non solo da bambini ma anche da adulti. Perchè?

Molta gente non crede più ai riti, ma sotto un rito c’è un emergere di forze che ci sono comunque.  Me lo chiedo anche io: che cos’è?
Andando in giro  ho scoperto il valore delle storie.  Quando prendi una storia come Biancaneve ti accorgi che commuove in 15-16 paesi differenti, allora ti chiedi: ma che potenza  ha questa struttura narrativa?
E’ un mistero incredibile.
Mi ricordo quando siamo andati  in Finlandia con la “Biancaneve” del Teatro Del Carretto di Lucca . Per i finlandesi  Biancaneve è una eroina nazionale. Devi pensare che quella terra soffre di periodi di grande privazione di luce e una storia come la “bianca – neve” non può che evocare per loro una grande speranza.  I bambini la conoscevano, si commuovevano incredibilmente, noi recitavamo in italiano, loro guardavano le figure e ripetevano la storia nella loro lingua.

Intervista di Andrea Manica, foto di Denis Rabiti.

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