LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE

di Joseph Roth: “Ecco quello che sono veramente: cattivo, sbronzo, ma in gamba”.

Racconto postumo di Joseph Roth ambientato a Parigi fine anni ’30.  La trama è semplice. Un senzatetto, Andreas Kartak, una notte incontra uno sconosciuto che gli “presta” 200 franchi con la promessa che li restituirà alla “piccola santa Teresa” nella chiesa di Santa Maria di Batignolles. Dopo vari tentativi di rendere il denaro, infine Andreas arriva alla Cappella e incontra una ragazzina di nome Teresa che lui crede la “piccola santa” e davanti a lei, in sagrestia, muore.

Da questo libro è stato tratto, nel 1988, il film omonimo, sotto la regia di Ermanno Olmi.

Autore di un gran numero di articoli, saggi, reportage, romanzi e poesie, Roth amava concentrare la sua attenzione sui diseredati, sui vagabondi, su coloro che vivevano ai margini di una “società nuova” che egli tentava di scomporre, sezionare perché non vi scorgeva più valori.

Meno di 100 pagine, un racconto che sembra quasi una favola, non a caso nel titolo riporta il termine “leggenda”. Una favola da raccontare ai bambini la sera per farli addormentare perché è sincera e sconcertante, da leggere insieme a storie come “La piccola fiammiferaia” di Andersen o il Pifferaio di Hammelin. Favole vere, favole nere. C’è una situazione angosciante ma anche una via d’uscita… La morte come risoluzione della vita.  E’ il finale che lascia l’amaro in bocca. E noi siamo abituati a “e vissero felici e contenti”, non alla morte del protagonista. Forse è per questo che molti uomini non amano questa fiaba più che i bambini, la odiano peggio del lupo che è cattivo solo apparentemente, ecco la morte, il grande tabù …

Guardiamo invece questo racconto da un altro punto di vista.  Austriaco, nato alla periferia dell’impero austro-ungarico che aveva raggruppato popolazioni diversissime per lingua, tradizioni, culture, religioni, socialista o monarchico non è ben chiaro, visse gli ultimi anni della sua vita malato, alcolizzato e con una situazione economica disastrosa.
Questo libro nell’ultima frase racchiude una preghiera profonda, spirituale o laica che sia, viene pronunciata senza la falsa retorica della “speranza” cattolica : “ Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così facile e così bella!”, non una richiesta di perdono per i peccati commessi ma un po’ di compassione per essere quello che, nel ritratto della pagina iniziale, l’autore del manoscritto dice di sé:

” Ecco quello che sono veramente: cattivo, sbronzo, ma in gamba”.

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Quando non possiedi niente non hai amici, nessuno ti conosce, tutti ti evitano, quando ti incontrano girano la testa dall’altra parte. E’ ciò che succede al protagonista, Andreas. Ogni giorno è una lotta per una bottiglia di vino, una lotta dura da combattere con quelli che sono nella sua stessa situazione. Quando però ha il denaro le cose cambiano. Gli amici si riaffacciano all’orizzonte e lui crede alle loro false giustificazioni come se quelle parole fossero vere. L’esperienza non lo ha fortificato, indurito, reso vendicativo. E’ di un animo puro Andreas. La fortuna gli sorride. Un vecchio amico e un vecchio amore lo tradiscono. Ma lui è un uomo d’onore, deve rendere i 200 franchi alla “piccola santa” e non crede ai propri occhi quando vede la giovane Teresa. Allora esclama: ”Non avrei mai pensato che una così grande e così piccola creditrice mi concedesse l’onore di venirmi a cercare…”. Cari ingenui bambini, ora dormite, buonanotte.

 

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